Non è mai troppo tardi per Alice Munro

Quello tra me e Alice Munro è stato un incontro più volte rimandato, nonostante la fama post nobel ero reticente verso i suoi libri, tendevo ad evitarla. Questo fino a qualche mese fa, quando durante i miei soliti vagabondaggi per librerie, mi sono lasciata  finalmente sedurre ed ho acquistato  una copia di Nemico, amico, amante finendolo  in due giorni e rimanendone estasiata.

E’  iniziato  cosi  il mio recente e personalissimo viaggio  all’interno della galassia Munro. ed al primo titolo sono seguiti  Troppo Felicita, Uscirne Vivi,  Chi ti credi di essere , Le lune di Giove, La danza delle ombre Felici. La vista da Castle Rock attualmente in lettura. Pezzi sparsi di una bibliografia che ad oggi conta 13 raccolte di racconti ed un romanzo, sono più o meno a metà strada a metà strada. Non ho segutio un ordine logico, procedo a tentoni, ma alcune cose credo di averle capite, ormai sono mesi che mi fa compagnia

Considero Alice Munro una sorta di  sciamana, un’instancabile esploratrice della realtà, che scava a fondo, con  un lavoro duro, dando vita a racconti straordinari, in cui mette in scena la vita  nel senso più pieno  del termine. Non  abbellisce la realtà, non facilita il lettore,  lo sfida e lo spiazza continuamente: Nei suoi racconti parla soprattutto di persone,  uomini e donne imperfetti, fragili, pieni di dubbi; nell’atto di fare scelte improvvise, mai banali, che non ti aspetti. E’ questa la sua forza, i suoi racconti non sono mai lineari, sterzano all’improvviso, sono un continuo rimescolio di carte, perchè, come dichiara  in un’intervista, “la complessità delle cose – delle cose dentro le cose – mi sembra infinita“.

Quando vinse il Nobel nel 2013 commentò: “Spero che questo premio faccia vedere alla gente il racconto come una forma importante d’arte, non solo qualcosa con cui giocare in attesa di avere per le mani un romanzo“.  Ha sempre motivato la sua propensione al racconto sostenendo di non avere il tempo per rinchiudersi in casa e scrivere un romanzo.

In realtà penso che per lei fin dall’inizio la scrittura sia stato un filtro  con cui rapportarsi con ciò che le accadeva intorno. Cresce a Wingham nell’Ontario, in un modo rurale e chiuso, figlia di un allevatore di volpi e di un’insegnante, di quel periodo ricorda: “La mia vita conteneva una certa dose di pericolo,  vivevamo al di fuori di ogni struttura sociale, in una specie di piccolo ghetto di contrabbandieri, prostitute e scrocconi. Una comunità di fuoricasta. Però era una vita interessante, provavo un grande senso di avventura“.

Nel 1949, grazie ad una borsa di studio, si iscrive all’Università del Western Ontario, per lasciarla  due anni dopo, come riporta in Mobili di famiglia (contenuto nella raccolta Nemico Amico Amante): “alla fine del secondo anno dovettti lasciare il college – la borsa di studio copriva le spese solo per il biennio. Ma non importava; avevo comunque deciso di diventare scrittrice. Nonchè di sposarmi Alla fine dello stesso racconto inserisce un altro indizio , basilare per capire il suo approccio alla scrittura. Non pensai alla storia che avrei scitto su Alfrida – non  a quella in particolare – ma al lavoro cui volevo dedicarmi, più simile alla mano  che acciuffi qualcosa nell’aria  che alla costruzione di storie….. Era questo  che volevo, questo su cui pensavo di dovermi concentrare; cosi volevo la vita.  Di li a poco si sposa con James Munro, conosciuto all’univeristà e si trasferisce a Vancouver e sopratutto continua  scrivere, i suoi racconti cominciano ad essere pubblicati su giornali e settimanali, ormai ha preso il volo.

Non è mai troppo tardi per Alice Munro